VITTORIO BALLATO, IL POETA DI BROLO CHE ONORA LA CITTA' DELLO SCOGLIO

Poesie siciliane di Vittorio Ballato (Armenio Editore). "Vorrà dire questo ed altro ancora, Ballato, con un termine (sbattiu) che non è una semplice parola ma una formula concettuale, una testimonianza sentimentale, un pensiero che respira, una parola che brucia, un omaggio alla realtà e al suo popolo. Vittorio Ballato si esprime con la forza della gente, con la sua lingua e col suo codice espressivo psicologico e tradizionale". Vittorio Ballato da Brolo sarà onorato per averla onorata la sua città

04/01/2016 - Jean Cocteau poeta, saggista, drammaturgo, scrittore, librettista e attore francese, scriveva: “So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa”. Eppure non si può dire che i suoi scritti passassero inosservati se, nel 1912, Marcel Proust affermava: «Crepo di gelosia nel vedere come nei suoi straordinari pezzi su Parigi lei sappia evocare delle cose che io ho sentito e che son riuscito ad esprimere solo in modo assai pallido».
Cosa stupiva e ingelosiva Proust se non l’ingegno versatile di Cocteau, la sua fine originalità e le sue capacità di esprimere cose che Proust non era riuscito ad esprimere se non in ‘modo assai pallido’. E allora dev’essere proprio vero che Adamo ed Eva parlavano in versi, se “usciti dal Paradiso Terrestre si misero a parlare in prosa”, come afferma la poetessa Maria Luisa Spaziani. Giacché scrivere in versi non garantisce esiti poetici.

Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano, ideatori di un palazzo di forma cubica con 77 archi per facciata, sulle quattro testate fecero scolpire su tre righe: «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori».
Carmelo Bene – invece – definì l’Italia un condominio di piattume, di piattole insensate, squallide e insignificanti: “Non mi interessa il simbolico come linguaggio artistico, non mi interessa la poesia, il poetico, non mi interessa l'anima bella, non mi interessa nemmeno il quotidiano come linguaggio; mi interessa il patologico”. A questo punto è meglio fermarsi con le citazioni giacché poi Carmelo Bene tirava in ballo Riina e Poggiolini, “due sommi casi patologici in un'epoca che non produce più niente di umano…”.
E’ proprio vero, non è il linguaggio, non sono i termini forbiti e quelli contenuti nel dizionario delle ‘parole difficoltose’ a garantire esiti poetici.

Il grande poeta e commediografo siciliano Nino Martoglio, genialmente scherzava sopra ‘Li patruni 'taliani e la baria catanisa’:
La minna non è minna – donna Mara – è puppa... E ju chi sugnu, bastimentu? / La brocca, ppi ss'armali, è la quartara, / 'u spezzi è pipi... Aspittati 'n mumentu... / Ppi diri menzu quartu ha' diri jettu. / E 'a 'nfascianna si chiama pagghiulettu. / 'A biancaria pulita è l'abbucatu...
A coloro che lo fanno per esercizio estetico o per stupire non possiamo che dire, con la sagace battuta di Maria Luisa Spaziani: “Scrivete pure dei versi: presto ci sarà un amnistia”.
Vittorio Ballato, con un processo di crescita artistica e sentimentale ragguardevole, si presenta oggi, in questo volume, con un compendio di costruzioni linguistiche e concettuali di “gran lussu”, come egli stesso scrive di Donna Carmela, un pirsunaggiu d’u paisi 'i Brolu, donna Carmela, ditta "a bidella".

Sbattiu 'nta scola chiù di quarant'anni, / facennu di gran lussu 'u so duviri, /
sempri primurusa, mai senz'affanni, / facia chiddu ch'era in so putiri.

Sbattiu: Vittorio Ballato vorrà dire sfacchinò, sgobbò, si ammazzò di fatica e lavoro? Vorrà dire questo di Donna Carmela, scrivendo “Sbattiu 'nta scola chiù di quarant'anni”?

Le poesie sono pensieri che respirano, e parole che bruciano. (Thomas Gray)

Vorrà dire questo ed altro ancora, Ballato, con un termine (sbattiu) che non è una semplice parola ma una formula concettuale, una testimonianza sentimentale, un pensiero che respira, una parola che brucia, un omaggio alla realtà e al suo popolo; perché così noi parliamo e ci esprimiamo; così viviamo.
Del resto, “se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure”, scrive John Keats.
“La maggior parte della gente ignora la maggior parte della poesia, perché la maggior parte della poesia ignora la maggior parte della gente”. E’ un arguto e condivisibile pensiero di Adrian Mitchell, ed è vero. A meno che, come qua fa Vittorio Ballato, non ci si esprima con la forza della gente, con la sua lingua e col suo codice espressivo, col suo DNA psicologico e tradizionale.
Così sbattiu, per dire ‘sbattere’, vorrà dire affaticarsi, lavorare, sfacchinare, darsi un gran da fare, sgobbare, ammazzarsi di fatica e di lavoro, sudare, faticare tra le difficoltà, sfaccendare ed altro ancora. Ma è ciò che Vittorio, appropriandosi del modo (e del mondo) popolare, riesce a dire in una sola parola, emozionando, descrivendo, scomodando la memoria, commuovendo, disegnando epoche, condizioni, mestieri e misteri.

“Per me la poesia è un tentativo malizioso di dipingere il colore del vento”, scrive Maxwell Bodenheim, come straordinariamente riusciva a fare Jean Cocteau e come Proust (per sua stessa ammissione) riusciva ad “esprimere solo in modo assai pallido”.
Così di donna Carmela, Vittorio Ballato, scrive “facennu di gran lussu 'u so duviri”. Perché duviri è parola che brucia, è un monumento antropologico, politico, è lo stigma etico e morale di un popolo, il sembiante antropologico di una stirpe, di una famiglia o di una singola persona: è un precetto, un sacramento, un’ideologia, un’attitudine.

Il “dovere” è altra cosa: è un atteggiamento più che un’attitudine; è un comportamento imposto dalla norma, un fatto burocratico, un adempimento di legge. E in queste latitudini umane, sociali e culturali, tanto in famiglia quanto in società, fare “di gran lussu 'u so duviri”, non è sinonimo di fasto, di grandezza, di eleganza, di pomposità o di sfarzosità, giacché pure nella frugalità, nella modestia e perfino nella povertà si farebbe di gran lussu 'u so duviri, vale a dire con estrema dignità, al meglio, con decenza e decoro, con fierezza e orgoglio, con fare onesto, onorevole ed educato. Come comandano Dio e la coscienza.

Ed è proprio alla coscienza (e al lettore) che Vittorio Ballato si rivolge, chiedendo “pirdunu si t'annoiu, cu 'sti versi chi parrunu di mia”. Ballato è consapevole di avere scalato “coi ginocchi piagati” le fenditure taglienti dello splendido Scoglio che disegna le sue giornate brolesi:
Puru tu tegni 'u cori 'ccussì strittu, / ti senti comu a mia, cottu e stracottu, / ci rimisi lu populu scunfittu, / chi a 'stu puntu po' fari fagottu.

Ma è così: “Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre coi ginocchi piagati e le menti aguzzate dal mistero” (Alda Merini) e Vittorio Ballato da Brolo sarà onorato per averla onorata. Di lui non si dirà mai: E’ un poeta così cattivo che sette città si rinfacciano il disonore di avergli dato i natali. (Ennio Flaiano)

Mimmo Mòllica
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